Evento IM*CC a Manerbio – Intelligenza Artificiale e Impresa: la sfida non è adottarla, ma governarla
Dall’evento di IM*CC in collaborazione con UCID a Manerbio svolto il 28 Febbraio 2026 emerge una visione chiara: il futuro appartiene alle organizzazioni capaci di integrare tecnologia, competenze e responsabilità
L’intelligenza artificiale non rappresenta semplicemente una nuova tecnologia da introdurre nei processi aziendali. È una trasformazione profonda che sta modificando il modo in cui le imprese prendono decisioni, organizzano il lavoro, sviluppano competenze e creano valore.
Questo è il messaggio emerso dal convegno promosso da UCID a Manerbio, dedicato al tema “Intelligenza Artificiale: Trasformazione, Sfide e Nuovi Mestieri per l’Impresa”, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, imprenditori, esperti di innovazione e associazioni di categoria per riflettere sulle implicazioni economiche e sociali dell’AI.
Il filo conduttore dell’intero incontro è stato chiaro: l’intelligenza artificiale non deve essere subita ma governata. E per farlo sarà necessario ripensare non soltanto le tecnologie, ma anche la cultura d’impresa, i percorsi formativi e il rapporto tra uomo e macchina.
L’uomo deve restare al centro della trasformazione
Ad aprire i lavori è stato Giuseppe Pozzi, promotore dell’iniziativa UCID, che ha richiamato il ruolo storico dell’associazione nel favorire uno sviluppo economico capace di coniugare innovazione, etica e responsabilità sociale.
La riflessione proposta parte da un presupposto fondamentale: l’intelligenza artificiale non può essere considerata un fine, ma uno strumento. La tecnologia deve supportare l’uomo, amplificarne le capacità e consentirgli di affrontare sfide sempre più complesse, senza sostituirne il ruolo decisionale.
Lo stesso concetto è stato ripreso dal Sindaco di Manerbio, Paolo Vittorielli, che ha definito l’attuale fase storica una vera e propria “rivoluzione copernicana”. Una trasformazione che coinvolge contemporaneamente imprese, pubblica amministrazione, sistema educativo e società civile.
Secondo Vittorielli, la velocità con cui l’AI sta evolvendo impone alle organizzazioni una capacità di adattamento senza precedenti. Il rischio non è la tecnologia in sé, ma l’incapacità di comprenderla e governarla.
In questo contesto, elementi come creatività, etica, responsabilità e privacy diventano fattori strategici che non possono essere delegati agli algoritmi. Sono proprio queste caratteristiche a distinguere l’intelligenza umana dagli strumenti che essa stessa ha creato.
La nuova economia della conoscenza
Uno dei temi più rilevanti affrontati durante il convegno riguarda il valore della conoscenza come asset competitivo.
Francesco Buffoli e Matteo Linotto hanno illustrato l’esperienza dell’Intelligent Manufacturing Competence Center (IMCC), un ecosistema di innovazione nato a Brescia all’interno del BlueTechHub, una struttura di oltre 16.000 metri quadrati che ospita aziende attive nella robotica, nell’automazione, nella manifattura avanzata e nelle tecnologie digitali.
L’elemento più interessante del progetto non è rappresentato dalla tecnologia, ma dal modello organizzativo.
L’innovazione non viene interpretata come il risultato dell’attività di una singola azienda, bensì come il prodotto della collaborazione tra competenze differenti. L’open innovation diventa così un acceleratore di crescita e un moltiplicatore di conoscenza.
Secondo Buffoli, l’intelligenza artificiale deve essere considerata un “lievito” capace di trasformare il modo in cui le imprese progettano prodotti, servizi e modelli di business. Non si tratta semplicemente di aumentare l’efficienza operativa, ma di immaginare nuove forme di creazione del valore.
Il vero patrimonio delle imprese sono i dati
Nel suo intervento, Matteo Linotto ha spiegato in modo chiaro la differenza tra la programmazione tradizionale e i moderni sistemi di machine learning.
Nei software classici gli sviluppatori definiscono le regole che la macchina deve seguire. Nell’intelligenza artificiale accade l’opposto: il sistema apprende osservando enormi quantità di dati e individuando autonomamente correlazioni e modelli.
Questa differenza apparentemente tecnica ha implicazioni profonde per il mondo imprenditoriale.
Se l’AI apprende dai dati, allora il vero vantaggio competitivo non risiede esclusivamente negli algoritmi ma nella qualità delle informazioni disponibili.
Le aziende che sapranno organizzare, valorizzare e trasformare il proprio patrimonio informativo in conoscenza strutturata saranno quelle che otterranno i maggiori benefici dall’intelligenza artificiale.
La competizione futura si giocherà sempre meno sull’accesso alla tecnologia e sempre più sulla capacità di gestire dati, competenze e conoscenza.
L’intelligenza artificiale come partner cognitivo
Tra gli interventi più originali e stimolanti vi è stato quello di Dario Melpignano, che ha proposto una lettura insolita dell’intelligenza artificiale.
Riprendendo una riflessione di Yuval Noah Harari, Melpignano ha suggerito di interpretare la lettera “A” di AI come “Aliena” piuttosto che “Artificiale”. Non perché questi sistemi siano estranei all’uomo, ma perché il loro modo di ragionare segue logiche profondamente diverse da quelle umane.
L’esempio utilizzato è quello della celebre “mossa 34” giocata da AlphaGo contro il campione mondiale Lee Sedol.
Una scelta che gli esperti considerarono inizialmente un errore e che si rivelò invece decisiva per la vittoria del sistema.
La lezione è potente: l’AI non serve necessariamente a fare meglio ciò che già facciamo, ma può aiutarci a immaginare soluzioni che non avremmo mai considerato.
Da qui nasce il concetto di intelligenza artificiale come “sparring partner”.
Non uno strumento a cui delegare il pensiero, ma un interlocutore capace di mettere in discussione le nostre convinzioni, stimolare nuove idee e rafforzare il pensiero critico.
Melpignano ha anche messo in guardia dal rischio di “atrofia cognitiva”, ovvero dalla tentazione di affidare agli algoritmi attività che richiedono analisi, giudizio e responsabilità umana.
Quando l’AI entra nei processi produttivi
Se la riflessione strategica è fondamentale, altrettanto importante è osservare ciò che sta già accadendo nelle aziende.
Vincenzo Gattei ha presentato alcuni casi concreti di utilizzo dell’intelligenza artificiale nella logistica e nella sicurezza sul lavoro.
In un magazzino refrigerato operante a -22°C, l’AI viene utilizzata per gestire la complessità di oltre 12.000 bancali di prodotti surgelati, ottimizzando i flussi logistici e riducendo gli sprechi.
Ancora più interessante è l’applicazione alla sicurezza.
Attraverso sistemi di visione artificiale, l’ambiente di lavoro viene monitorato costantemente per individuare situazioni di rischio e prevenire incidenti. Non si tratta di un sistema punitivo, ma di uno strumento progettato per proteggere le persone e migliorare la qualità del lavoro.
Gattei ha inoltre mostrato come assistenti virtuali multilingua possano gestire richieste dei clienti ventiquattro ore su ventiquattro, liberando risorse umane da attività ripetitive e consentendo loro di concentrarsi su compiti a maggiore valore aggiunto.
Innovazione e tradizione non sono in conflitto
Un’altra testimonianza significativa è arrivata dal mondo dell’artigianato.
Elena Calvetti, presidente dell’Associazione Artigiani, ha presentato un progetto che utilizza WhatsApp e algoritmi di matching per mettere rapidamente in contatto cittadini e professionisti qualificati del territorio.
L’iniziativa dimostra come l’intelligenza artificiale possa rafforzare attività tradizionali anziché sostituirle.
La tecnologia diventa un abilitatore di relazioni, un acceleratore di servizi e uno strumento per rendere più attrattive professioni che rappresentano ancora oggi una componente essenziale dell’economia italiana.
Formazione, lavoro e sovranità tecnologica
Nella parte finale del dibattito è emerso un tema destinato a diventare centrale nei prossimi anni: il rapporto tra innovazione e competenze.
Tutti i relatori hanno evidenziato il divario crescente tra la velocità dell’evoluzione tecnologica e i tempi di adattamento del sistema formativo. La scuola e l’università sono chiamate a rafforzare il legame con il mondo produttivo per preparare le nuove generazioni alle professioni emergenti.
Parallelamente si è discusso della posizione dell’Europa nella competizione globale sull’intelligenza artificiale.
Il controllo dei dati, delle piattaforme digitali e delle infrastrutture tecnologiche rappresenta oggi un elemento di sovranità economica e culturale. Per questo motivo l’Europa è chiamata a sviluppare una propria strategia capace di coniugare innovazione, competitività e tutela dei valori democratici.
La tecnologia cambia, la responsabilità resta umana
L’insegnamento più importante emerso dal convegno di Manerbio riguarda forse proprio questo. L’intelligenza artificiale non è una destinazione, ma uno strumento.
Può aumentare la produttività, migliorare la sicurezza, accelerare l’innovazione e generare nuovi modelli di business. Ma il suo impatto dipenderà dalla capacità delle organizzazioni di utilizzarla con consapevolezza, competenza e responsabilità.
La vera sfida non consiste nell’adottare l’intelligenza artificiale.
Consiste nel costruire imprese capaci di governarla.