Robot umanoidi: oggi sono in fase prototipale. Allora perché c’è chi prevede un mercato da 5 trilioni di dollari entro il 2050 ?

Matteo Linotto
matteo.linotto@neosperience.com
Robot umanoidi: oggi sono in fase prototipale. Allora perché c’è chi prevede un mercato da 5 trilioni di dollari entro il 2050 ?

Cinque trilioni di dollari. È la cifra che compare in una delle analisi più citate quando si parla del futuro della robotica umanoide. Secondo Morgan Stanley Research, entro il 2050 questo settore potrebbe arrivare a generare un ecosistema economico di questa dimensione, con fino a un miliardo di robot umanoidi impiegati soprattutto nell’industria e nei servizi.

La prima reazione è quasi inevitabile: come è possibile immaginare numeri di questa portata quando i robot umanoidi di oggi sono ancora, nella maggior parte dei casi, prototipi?

È una domanda più che legittima. Anzi, è probabilmente il punto da cui bisogna partire per comprendere davvero dove sta andando questo mercato.

Se guardiamo ai video che circolano online, la sensazione è che la rivoluzione sia già iniziata. Robot che corrono, salgono le scale, trasportano scatole, collaborano con gli operatori in fabbrica o eseguono compiti sempre più complessi. Ogni settimana sembra arrivare una nuova dimostrazione destinata a superare la precedente.

La realtà, però, è meno spettacolare e molto più interessante.

Oggi la robotica umanoide è ancora in una fase di maturazione. Le dimostrazioni tecnologiche sono sempre più convincenti, ma nella maggior parte dei casi questi sistemi operano in ambienti controllati, svolgono attività limitate e richiedono ancora una supervisione significativa. È una tecnologia promettente, ma non ancora matura.

Le sfide da superare sono tutt’altro che marginali: aumentare l’autonomia delle batterie, migliorare l’affidabilità della meccanica, ridurre i costi di produzione, garantire la sicurezza nelle interazioni con le persone e, soprattutto, sviluppare un’intelligenza artificiale capace di affrontare la complessità del mondo reale.

Per questo motivo sarebbe un errore leggere le stime di Morgan Stanley come una fotografia del presente. Sono, piuttosto, uno scenario costruito guardando ai prossimi venticinque anni.

Ed è qui che entra in gioco un elemento di cui si parla ancora troppo poco.

Il vero motore potrebbe non essere la tecnologia

Quando si parla di robotica, il dibattito si concentra quasi sempre sull’Intelligenza Artificiale: quanto diventerà intelligente un robot, quali attività sarà in grado di svolgere e quali professioni potrebbero essere automatizzate.

Sono domande importanti, ma forse non sono quelle decisive.

La vera forza che potrebbe accelerare l’adozione dei robot umanoidi è un’altra: la demografia.

Per decenni ci siamo chiesti se i robot avrebbero sostituito le persone.

Nei prossimi decenni potremmo iniziare a chiederci chi svolgerà determinati lavori quando le persone semplicemente non saranno più sufficienti.

L’Italia rappresenta uno degli esempi più evidenti. Secondo le proiezioni demografiche dell’ISTAT, entro il 2050 la popolazione continuerà a diminuire e, soprattutto, a invecchiare. La popolazione in età lavorativa è destinata a ridursi, mentre aumenterà il numero di persone anziane e quindi la domanda di servizi sanitari, assistenziali e logistici.

È una dinamica che interessa gran parte delle economie avanzate e che molte imprese stanno già sperimentando. Settori come la manifattura, la logistica, la manutenzione, l’assistenza alla persona e l’agricoltura segnalano da anni crescenti difficoltà nel reperire personale qualificato.

In questo scenario cambia anche il modo di guardare ai robot umanoidi.

Non vengono più considerati soltanto come strumenti per sostituire il lavoro umano, ma come una possibile risposta alla progressiva riduzione della forza lavoro disponibile.

Naturalmente questo non significa che l’impatto occupazionale non esista o che sarà uguale in tutti i settori. Significa, però, che una parte importante della domanda futura potrebbe essere trainata da un problema molto concreto: mantenere produttivi sistemi economici che avranno sempre meno lavoratori a disposizione.

Anche la scelta di sviluppare robot con una forma antropomorfa assume, così, una logica diversa. Fabbriche, magazzini, ospedali, negozi e uffici sono stati progettati per essere utilizzati da persone. Un robot con due braccia, due gambe e dimensioni simili a quelle umane può inserirsi in questi ambienti senza richiedere una riprogettazione completa delle infrastrutture.

A rendere questo scenario ancora più plausibile è l’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale. I recenti modelli multimodali consentono ai robot di comprendere istruzioni in linguaggio naturale, interpretare immagini, riconoscere oggetti e pianificare azioni con una flessibilità impensabile solo pochi anni fa. È la convergenza tra AI e robotica a rappresentare il vero salto tecnologico.

Questo significa che il mercato arriverà davvero a valere 5 trilioni di dollari? Nessuno può affermarlo con certezza. Le previsioni economiche non sono profezie, ma scenari costruiti sulla base delle conoscenze disponibili oggi.

C’è però un aspetto che appare sempre più evidente: il futuro della robotica umanoide non dipenderà soltanto da quanto diventeranno sofisticati i robot, ma anche da quanto cambierà la società.

Forse, quindi, la domanda più interessante non è quando i robot saranno pronti, ma quando la demografia renderà conveniente adottarli su larga scala.

Perché, se nei prossimi venticinque anni avremo meno persone in età lavorativa e una domanda crescente di beni e servizi, il tema potrebbe non essere più se utilizzare i robot umanoidi, ma quanto rapidamente riusciremo a integrarli nei nostri sistemi produttivi.